22/10/2019 - Autonomia e Politica

Doppia cittadinanza solo ai sudtirolesi di lingua tedesca? Un grave errore che il Trentino non può accettare

La doppia cittadinanza italo-austriaca è una grande opportunità, a patto che venga introdotta tenendo conto di criteri storici e territoriali e non solamente linguistici

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Il tema doppio passaporto, italiano ed austriaco, è un leitmotiv che ciclicamente fa la sua comparsa nel dibattito politico austriaco, sudtirolese e trentino. La questione “Doppelpass”, rimbombante e ridondante da Vienna fino a Salorno, assume invece, da Roveré della Luna fino a Borghetto, il suono di una eco lontana, quasi fosse il bisbiglio di uno sparuto gruppo di nostalgici dei tempi che furono. Le istituzioni trentine sembrano assenti o comunque non interessate a infilarsi in un vespaio politicamente ricco di insidie; perché intromettersi in “beghe tedesche” senza averne titolo? Questo è il ritornello cantato, o quantomeno pensato, da buona parte dell’arco politico provinciale. Un ragionamento semplicistico, che denota poca capacità di astrarre e ancor più la scarsa percezione dei fondamenti sui quali si poggiano gli equilibri istituzionali della nostra Autonomia. Ma andiamo con ordine: l’unica proposta di doppia cittadinanza italo-austriaca mai seriamente presa in considerazione dal Parlamento austriaco riguarda, solo ed esclusivamente, i sudtirolesi di lingua tedesca. Basterebbe questo per capire che la “bega” ci riguarda direttamente e che i trentini hanno invece pieno titolo per far sentire le proprie ragioni. Ragioni che si basano sul mantenimento dei delicatissimi equilibri raggiunti mediante l’Accordo Degasperi – Gruber, sia per quanto riguarda i rapporti fra gruppi linguistici in Sudtirolo che relativamente all'assetto istituzionale della Regione; è chiaro che la concessione del doppio passaporto, così come ad oggi ipotizzata, metterebbe a rischio tali storici compromessi. In primo luogo, le ripercussioni (negative) sul rapporto fra gruppo tedesco e italiano sono difficilmente prevedibili: nella migliore delle ipotesi assisteremmo a un nuovo acuirsi di tensioni ad oggi allentate. In secondo luogo, ed è ciò che la politica trentina dovrebbe tenere più in considerazione, la nostra Autonomia provinciale, intesa come parte costituente del “framework” Regionale, subirebbe un clamoroso declassamento in termini di prestigio e rilevanza istituzionale, passando, da soggetto attivo nella tutela della componente germanofona in regione, ad un ruolo ancillare e di secondo piano; insomma, una presenza, la nostra, che diverrebbe del tutto anacronistica e alla quale, prima o poi, il Sudtirolo potrà e riuscirà a rinunciare. Ma le storture di una doppia cittadinanza concessa solamente ai sudtirolesi di lingua tedesca non finiscono qui. Dobbiamo ricordare che l’Accordo Degasperi-Gruber prevede una specifica ed esplicita tutela anche per le minoranze germanofone della provincia di Trento, ovvero cimbri e mocheni: è del tutto paradossale che nello schema istituzionale di tipo Regionale delineato dall’Accordo, il quale prevede una esatta eguaglianza di diritti e doveri fra gruppi linguistici, vada invece a generarsi un trattamento differenziato fra le stesse minoranze. Quindi, nel caso in cui si decidesse di procedere sulla tortuosa via della doppia cittadinanza, è imperativo trovare i giusti equilibri e contrappesi: una soluzione può essere quella prospettata da Paolo Monti sulle pagine dei quotidiani locali nei giorni scorsi, ovvero di legarne la concessione alle previsioni dell’Accordo Degasperi – Gruber, in base quindi a un criterio pattizio e territoriale, non certo di appartenenza a questo o a quel gruppo linguistico. Un’altra via, che merita attenta analisi, è quella proposta da Oskar Peterlini, politico sudtirolese di lungo corso, professore presso l’Università di Bolzano e da sempre attento anche alle sensibilità trentine, il quale prospetta una soluzione di tipo storico, basata su quanto l’Italia già fa da decenni: la concessione della cittadinanza per ius sanguinis limitatamente alle ex terre ereditarie austriache; approccio che non potrebbe in alcun modo trovare obiezioni (sensate) da parte dell’Italia, vista la generosissima disciplina nazionale su tale tema. Questa via disinnescherebbe sia le problematiche di attrito fra gruppi linguistici che quelle di tipo politico e, benché i citati territori avessero indubbiamente una certa estensione, la proliferazione delle richieste di cittadinanza troverebbe un limite in primo luogo nel riconoscimento di antenati austriaci solamente prima del 1919, ma anche e soprattutto nell’effettivo interesse di chi vorrà farne richiesta e di chi poi, concretamente, ne farebbe utilizzo. Dunque, nessun fiume di richieste di cittadinanza che potrebbe portare ad uno stravolgimento degli equilibri interni austriaci. Tale soluzione, sintetizza Peterlini, che recepisce un criterio ibrido in parte legato al contesto storico ed in parte all’ascendenza, renderebbe giustizia anche a trentini, sudtirolesi di lingua italiana e, perché no, triestini. Come si può constatare, le vie sono molteplici e alcune sono molto valide: una buona riuscita dell’introduzione del doppio passaporto, come ogni opera di “ingegneria istituzionale”, non può prescindere dal ponderare ogni elemento con estrema attenzione. È quindi urgente che la politica trentina apra gli occhi e si attivi in questo senso, facendo pesare il ruolo della nostra Provincia (e del nostro popolo!) quale equilibratore del contesto Regionale e sottolineando in ogni sede, anche presso il Governo austriaco, che l’approccio di tipo linguistico, fra tutte le opzioni possibili per definire la questione, è quello più deleterio.

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